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 perché si dice così?

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AutoreMessaggio
Davide
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Età : 25
Località : Salerno

MessaggioOggetto: perché si dice così?   Gio Apr 15, 2010 8:54 pm


A bizzeffe
Viene dalla lingua araba, dove bizzaf
significa "molto".
E' anche interessante notare quanto dice il
Minucci nelle "Note al
Malmantile":
"Quando il sommo magistrato romano intendeva fare a un supplicante
la
grazia senza limitazione, faceva il rescritto sotto al memoriale, che
diceva
'fiat, fiat' (sia sia) anziché semplicemente 'fiat', che scrivevasi
quando
la grazia era meno piena, dipoi per brevità costumarono di dimostrare
questa
pienezza di grazia con due sole 'ff', onde quello che conseguiva tal
grazia
diceva: Ho avuto la grazia a 'bis effe'".
A caval donato non si
guarda in bocca
Il proverbio significa che dei regali
dobbiamo sempre essere grati, anche se di scarso valore; e si dice così
perché l'età di un cavallo si giudica guardando lo stato della sua
dentatura, già 'lo stato' e non il numero dei denti. Non lo sapeva quel
ragazzotto di campagna che andò al mercato ad acquistare un cavallo, e
poiché il padre gli aveva raccomandato di osservare bene i denti
dell'animale, si indignò nei confronti del mercante dicendogli: "Mi
volete imbrogliare! Vendermi un cavallo di quarant'anni!". Tanti infatti
sono i denti del cavallo adulto... e il ragazzotto li aveva contati...

Acqua in bocca
Il lessicografo Giacchi dà questa
spiegazione. Si narra che una femminuccia, molto dedita alla maldicenza,
ma anche devotissima, pregasse il suo confessore di darle un rimedio
contro quel peccato. Il confessore insinuava conforti e preghiere, ma
inutilmente. Un bel giorno diede alla donna una boccetta d'acqua del
pozzo raccomandandole di tenerla sempre con sé e quando sentiva la
voglia di 'sparlare' ne mettesse alcune gocce in bocca e ve le tenesse
ben chiuse finché non fosse passata la tentazione. La donna così fece, e
negli atti ripetuti trovò tanto vantaggio, che alla fine si liberò dal
vizio dominante, e come fosse femmina di poco levatura tenne poi
quell'acqua per miracolosa.

Alle calende
greche
Nel calendario romano con la parola
calende
si indicava il primo giorno d'ogni mese, Ma questo era
ignoto ai Greci. Perciò, fin da tempi remoti, si dice rimandare alle
calende greche
una faccenda, per intendere che essa non sarà fatta
mai.

Andare a scopare
il mare
Il senso di quest'espressione ­ anche se
con molta probabilità è sconosciuta ai più ­ ci sembra intuitivo:
cacciarsi in un'impresa che non avrà nessuna possibilità di successo;
fare, insomma, un lavoro completamente inutile. Si adopera, per lo più,
nella variante "mandare a scopare il mare" quando si vuole invitare una
persona a togliersi di torno; mandandola, magari, a fare una cosa
inutile ma eviterà ad altri di perdere tempo nel proprio lavoro. Si usa
anche nei confronti di una persona che si invita a non dire sciocchezze o
a farla desistere dal tenere comportamenti noiosi e, molto spesso
importuni. Si usa, insomma, nei confronti di persone insistenti, noiose e
fanfarone.

Avere il mal del
prete
Si adopera quest'espressione quando si
viene a conoscenza di segreti che, naturalmente, non si possono rivelare
a nessuno e si è tormentati come lo è il prete allorché viene a sapere
di fatti delittuosi confidatigli in confessione. L'origine di questo
modo di dire ­ forse poco conosciuto ­ ci è "raccontata" dal Poliziano
in una ballata: "Donne mie, voi non sapete, / ch'io ho il mal ch'avea
quel prete. / Fu un prete (questa è vera) / ch'avea morto el porcellino.
/ Ben sapete che una sera / Gliel rubò un contadino / Ch'era quivi suo
vicino / (altri dice suo compare); / Poi s'andò a confessare / e contò
del porco al prete. / El messere se ne voleva / Pur andare alla ragione:
/ Ma pensò che non poteva, / Ché l'avea in confessione. / Dicea poi tra
le persone: / Oimè, ch'io ho un male, / ch'io non posso dire avale. /
Et anch'io ho il mal del prete".

Avere la coda di
paglia
Un'antica favola racconta che una giovane
volpe cadde disgraziatamente in una tagliola; riuscì a fuggire ma gran
parte della coda rimase nella tagliola. Si sa che la bellezza delle
volpi è tutta nella coda, e la poveretta si vergognava di farsi vedere
con quel brutto mozzicone. Gli animali che la conoscevano ebbero pietà e
le costruirono una coda di paglia. Tutti mantennero il segreto tranne
un galletto che disse la cosa in confidenza a qualcuno e, di confidenza
in confidenza, la cosa fu saputa dai padroni dei pollai, i quali
accesero un po' di fuoco davanti ad ogni stia. La volpe, per paura di
bruciarsi la coda, evitò di avvicinarsi alle stie. Si dice che uno ha la
coda di paglia
quando ha commesso qualche birbonata ed ha paura di
essere scoperto.

Aver mangiato
noci
Ecco uno dei tanti modi di dire della
nostra lingua poco conosciuto ma "molto" adoperato da tutti coloro che
nel corso della loro vita ­ loro malgrado ­ hanno avuto a che fare con i
"mangiatori di noci" che, in senso figurato, si dice di persone che
sono sempre mal disposte e di animo cattivo nei confronti di tutti
quelli che, al contrario, cercano di assecondarle in tutto e per tutto.
"Mangia noci", insomma, colui che parla sempre male di tutti. La
locuzione è chiaramente una metafora, vale a dire un modo figurato: le
noci ­ è noto a tutti ­ fanno l'alito cattivo e di conseguenza anche le
... parole che escono dalla bocca di coloro che le hanno mangiate. Il
modo di dire, quindi, fuor di metafora o di sarcasmo, significa
"possedere un animo cattivo" e "sparlare di qualcuno". Un bellissimo
esempio di quest'espressione ­ ripetiamo, poco conosciuta ­ si può
leggere nel Cecchi: "Be' Crezia / Tu ti sei risentita in mala tempra; /
Oh sì, iersera tu mangiasti noci / Che t'ànno fatto sì cattiva lingua".

Bagnare il naso
L'origine dell'espressione è piuttosto
brutta! Nelle antiche scuole torinesi, il maestro chiamava il discepolo
più bravo perché bagnasse, col dito intinto nella saliva, il naso del
compagno che aveva commesso un grave errore. Talvolta era lo stesso
maestro che compiva questa bella funzione.

Calma e gesso!
Questo non è propriamente un modo di dire
ma un'esclamazione con la quale si invita una persona a non prendere
delle decisioni affrettate delle quali, in futuro, potrebbe pentirsi;
ma, al contrario, valutare con la massima attenzione una determinata
situazione per affrontarla nel modo migliore e "goderne", eventualmente,
i benefici.
Gli appassionati del gioco del biliardo dovrebbero
conoscerla bene. Prima di un tiro particolarmente difficile, i giocatori
esperti valutano con la massima calma la posizione delle biglie e
strofinano con il gesso la punta della stecca al fine di renderla
"uniforme" ed essere sicuri, quindi, di riuscire ad effettuare al meglio
il tiro studiato attentamente.

Campa cavallo
Si racconta che un povero diavolo portava
a mano un cavallo vecchio, stanco, sfinito, per una strada sassosa dove
si vedeva appena, di quando in quando, un misero filuccio d'erba. Il
cavallo stava per cadere, sopraffatto dalla fame e il padrone cercava
d'incoraggiarlo dicendogli: "Non morire, cavallo mio, tira avanti ancora
per un po'; campa finché crescerà l'erba e potrai sfamarti".

Chi ha fatto
trenta può fare trentuno
Papa Leone X, il 1º luglio 1517 creò
trenta nuovi cardinali; poi gli parve che un altro prelato fosse pure
degno di quell'onore e nomino cardinale anche lui. A coloro che si
meravigliarono del fatto che il papa, che aveva deciso di fare trenta
cardinali, ne avesse poi fatto uno di più, Leone X rispose "Chi ha fatto
trenta può fare trentuno".

Ciao
In passato esisteva il saluto deferente *****
(per dire: 'servo suo'); poi, specialmente nella regione veneta,
si abbreviò la parola in s-cio. In seguito si è trasformata in ciao.
Ma il saluto, che prima era ossequioso, è diventato, invece, il più
confidenziale. Fino a circa un secolo fa, la parola era usata solo
nell'Italia settentrionale.

Ciurlar nel
manico
Se la lama di un coltello o di altro
simile arnese non è ben inserita nel manico o se ne è staccata per il
lungo uso, l'arnese diventa inservibile, perché la lama perde ogni
resistenza girando (ciurlando) nel manico. Perciò quando una
persona o una cosa risulta incerta e non affidabile si dice che
ciurla nel manico
.

Dare botte da
orbi
Anche nell'ira, colui che picchia, può
darsi che abbia qualche riguardo per non fare troppo male; ma un cieco,
no! Lui non sa dove batte e colpisce senza pietà e misura.

Dar le mele a
una persona.
Quest'espressione ­ forse non molto
conosciuta ­ si adopera allorché si vuole dare una particolare rilevanza
al fatto che due persone se le sono date di santa ragione e una, in
particolare, è stata picchiata con un bastone. Ma cosa ha a che vedere
il bastone? Semplice. Questo 'arnese' viene adoperato per "picchiare"
l'albero allo scopo di far cadere le mele. In senso metaforico o
figurato questa locuzione si usa quando si "picchia" moralmente una
persona: in fatto di destrezza tuo fratello ti dà le mele.

Do ut des
Proverbio latino, che significa "do
affinché tu dia". E' il proverbio degli egoisti.

Essere al verde
Significa "essere a corto di denaro". Per
molto tempo si è usato appaltare i servizi pubblici per mezzo di
un'asta. Il banditore accendeva una candela la cui base era tinta di
verde. Finché la candela non era arrivata al verde, era lecito fare
offerte; dopo, non più.
Secondo altra interpretazione, l'espressione
si riferisce semplicemente al fatto che le candele avevano la base tinta
di verde.

Fare fiasco
Anticamente c'era a Firenze un artista
comico che, ogni sera, si presentava tenendo fra le mani un oggetto
nuovo; e su questo oggetto improvvisava versi buffi che facevano ridere
il pubblico. Una sera si presentò con un fiasco, ma i versi non
piacquero e ci fu un concerto di fischi. Da allora in poi si disse far
fiasco
per non riuscire in qualche cosa.

Far forno
Gli amanti del teatro dovrebbero
conoscere quest'espressione che è propria, appunto, del gergo teatrale.
Per la spiegazione e l'origine della locuzione ricorriamo a un dialogo
immaginario tra padre e figlio.
Peppino non era più in sé per la
gioia: il padre gli aveva promesso che il giorno del suo compleanno lo
avrebbe condotto a teatro e sarebbe stata la prima volta che il
fanciullo avrebbe assistito, "dal vivo", a una rappresentazione del
genere. L'attesa, quindi, era spasmodica. Quel giorno, finalmente,
arrivò. "Sbrigati Peppino, oggi è il giorno in cui il teatro 'fa forno',
la sala sarà tutta nostra, nessuno ci disturberà, vedrai come staremo
bene. Il giovinetto, lì per lì, restò interdetto; pensò che il teatro in
quel giorno si sarebbe trasformato in una ... pizzeria, e lui non aveva
voglia di mangiare una pizza, voleva andare a teatro, come promessogli
dal padre. Si fece coraggio e chiese spiegazioni. "Papà, veramente mi
avevi promesso che saremmo andati a teatro, non a mangiare una pizza;
perché hai cambiato idea?". "Sciocchino ­ ribattè il padre ­ andiamo a
teatro, stai tranquillo, e la sala sarà tutta per noi perché 'fanno
forno' ", appunto.
Nel gergo teatrale, dunque, "far forno" significa
'rappresentare a teatro vuoto'. Quest'espressione è un calco sul
francese 'faire (un) four' e, pare, si adoperasse quando la sala era
quasi vuota e, accomiatati i pochi spettatori presenti, si spegnevano le
luci rendendola in tal modo scura, buia come un forno".

Fare il
portoghese
(Non pagare il biglietto). L'origine
dell'espressione risale al secolo XVIII: l'ambasciata del Portogallo a
Roma, per festeggiare un avvenimento, aveva indetto una recita al teatro
Argentina per la quale non erano stati distribuiti i biglietti
d'invito; bastava presentarsi come "portoghesi". (Dal Dizionario
Enciclopedico Italiano).

Fare la cresta
sulla spesa
Anticamente si chiamava agresto un
condimento asprigno che si ricavava dall'uva poco matura e i contadini,
quando coglievano l'uva poco matura per far l'agresto, coglievano anche
un po' di quella buona che avrebbero invece dovuto portare al padrone; e
si diceva far l'agresto per indicare questa piccola ruberia. In
seguito, far l'agresto è diventato far la cresta.

Fare una cosa di
soppiatto
L'espressione significa "agire
furtivamente, di nascosto". Non tutti sanno, forse, qual è il
significato proprio di "soppiatto". E' un aggettivo che si adopera
esclusivamente nelle locuzioni simili: uscire di soppiatto; entrare di
soppiatto, ecc. e propriamente vale "appiattandosi". E' composto con il
prefisso "so(b)" ­ che è il latino "sub" (sotto) ­ e l'aggettivo
"piatto" ­ che è tratto dal latino medievale "plattus" ('largo',
'aperto') ­ quindi "schiacciato". La persona che entra di soppiatto,
quindi, figuratamente si "appiattisce", si "schiaccia" per ridurre il
volume e non farsi notare.

Fare un tiro
mancino
Se pensiamo che uno voglia colpirci,
istintivamente teniamo d'occhio la sua destra; se il colpo ci viene
invece dato con la sinistra, diventa più pericoloso, perchè inaspettato.


Il capro
espiatorio
Gli Ebrei avevano anticamente una strana
usanza. Mosè aveva ordinato che ogni anno si celebrasse l'espiazione dei
peccati. Nel giorno designato, il sommo sacerdote prendeva due capri:
il primo veniva sgozzato e il sacerdote lo caricava, simbolicamente, di
tutti i peccati suoi e del popolo; l'altro veniva mandato via perché si
disperdesse nel deserto e non tornasse mai più. Il primo si chiamava capro
espiatorio
, il secondo capro emissario.; l

Il pomo della
discordia
Gli antichi credevano che ci fosse una
dea, figlia della Notte, sorella di Nèmesi (vendetta) e delle Parche
(brutte vecchie dalle mani artigliate). Questa dea, amica di Marte, si
chiamava Discordia e faceva onore al suo nome aizzando continuamente
litigi, pettegolezzi e malignità. Giove, sereno e tollerante come tutti i
grandi, la sopportò per un bel po' ma alla fine perse la pazienza e
scacciò Discordia dal cielo. Rabbiosa per questo smacco, Discordia
cercò ogni occasione per vendicarsi. Quando ci fu il matrimonio di Teti
(dea del mare) e Peleo (semplice mortale) furono invitati dee e dei,
uomini e donne, ma certo non fu invitata madama Discordia. Al culmine
della festa, lei getto sulla tavola una mela d'oro su cui era scritto:
"alla più bella". Le dee più belle presenti al banchetto erano tre:
Giunone, Minerva e Venere. Ciascuna pretese la mela per sé e nacque un
putiferio, la pace della festa fu turbata e l'allegria finì. Le tre dee
si rivolsero ad un pastorello, Paride, perché decidesse quale fra loro
fosse la più bella e Paride scelse Venere. Le altre due non si
rassegnarono e da ciò derivò un mondo di guai.

La pietra dello
scandalo
Al tempo dei Romani, quando un
disgraziato commerciante falliva, doveva sedersi su una pietra e dir
forte ai suoi creditori: Cedo bona ossia 'cedo i miei averi':
Dopo ciò, i creditori non avevano più diritto di molestarlo. La pietra,
testimone del fatto doloroso, si chiamava pietra dello scandalo.

L'uovo di
Colombo
Si racconta che dopo che Cristoforo
Colombo scoprì l'America, ci furono tante persone che cercavano di
sminuire la sua impresa dicendo che non era poi stato una gran che.
Sembra che un giorno Cristoforo Colombo avesse attorno a sé parecchi di
tali contestatori e domando loro:"Chi di voi è capace di fare star ritto
un uovo?" Tutti ci provarono ma nessuno ci riuscì: Allora Colombo prese
l'uovo, lo schiacciò da un lato e la cosa risultò facilissima...

Lupus in fabula
Anche se adesso questo detto ha assunto
una valenza un po' diversa, originariamente stava a significare l'arrivo
di una persona che ci impedisce di parlare su un certo argomento.
Questo perché nelle antiche favole si parlava sempre del lupo come di
animale pericolosissimo; si diceva che la sua presenza togliesse la
parola agli uomini, facendoli ammutolire dallo spavento.

Mangiare la
foglia
In origine l'espressione era "aver
mangiato la foglia" con il significato di 'capire al volo'; intendere
prontamente il senso del discorso; capire subito le intenzioni altrui.
Fra le tante spiegazioni, quella che dà Ugo Enrico Paoli sembra la più
convincente. Egli considera la foglia come un collettivo: più foglie che
si fanno mangiare agli animali vaccini. Questi si dividono in due
gruppi: i lattanti che prendono il nutrimento dalla poppa materna e le
bestie adulte che hanno già cominciato a mangiare la ... foglia. Secondo
il Paoli, quindi, il senso pratico del mondo contadino ha associato
alla locuzione "aver mangiato la foglia" il concetto di saggezza.

Mangiar le noci
col mallo
Riferita a una persona che dice male di
un'altra ancora più maldicente. Benedetto Varchi, nel suo "Ercolano",
così spiega il modo di dire (anche questo poco conosciuto, per la
verità): "Di coloro che hanno cattiva lingua, e dicon male volentieri,
si dice: 'egli ha mangiato noci', benché il volgo dice 'noce'; e
'mangiar le noci col mallo' (l'involucro della noce, della mandorla e di
frutti simili, ndr) si dice di quegli che dicon male e cozzano con
coloro i quali sanno dir male meglio di essi, di maniera che non ne
stanno in capitale, anzi ne scapitano, e perdono in di grosso".

Non esser della
parrocchia
Non far parte di un gruppo, di una
combriccola; essere, insomma, un "estraneo", in particolare riferito a
colui che volontariamente si tiene fuori dalle discussioni e da ambienti
che non gli "aggradano". L'aneddoto di un autore ignoto tenta di dare
una spiegazione circa l'origine del modo di dire: "Si narra che un
sacerdote, durante la predica, allo scopo di sollevare il morale un po'
depresso dei suoi fedeli si mise a raccontare qualcosa di molto
divertente che provocava frequentissimi sorrisi negli astanti. Uno
soltanto, in fondo alla navata, ascoltava impassibile, come se fosse
'estraneo' all'ambiente. Un fedele, incuriosito, non poté trattenersi
dal chiedergli spiegazioni del suo strano comportamento. 'Mi perdoni ­
l'apostrofò ­ perché mai lei non ride?'. E quest'ultimo, con assoluta
cortesia, 'perché non sono della parrocchia'; volendo dire,
probabilmente, che non capiva a cosa si riferissero le spiritose battute
del sacerdote, non conoscendo né il posto né la gente".

Ovazione
Si dice che viene tributata un'ovazione
ad una persona quando viene acclamata dalla folla, con applausi, ecc.
Secondo i Romani, quando uno era degno di onoranze, lo si faceva
procedere a piedi o a cavallo con una toga ricamata e incoronato di
mirto, fra le ali della folla. Poi in suo onore veniva sacrificata una
pecora; e proprio dal nome di quest'animale (ovis = pecora) la
cerimonia si chiamava ovazione.

Per filo e per
segno
Un tempo, gli imbianchini sul muro e i
segantini sul legno usavano 'batter la corda', ossia tenevano sul muro o
sul legno un filo intinto di una polvere colorata e poi lo lasciavano
andare di colpo, in modo che ne rimanesse l'impronta. Tale impronta o segno
indicava la linea da seguire nell'imbiancare o nel segare. Da lì è
derivato l'uso di dire per filo e per segno per intendere
'ordinatamente, con sicura esattezza'.

Piantare in asso
L'espressione non è altro che la
deformazione popolare della locuzione "piantare (o lasciare) in Nasso",
un'isola greca dove - secondo la mitologia - Teseo, il "giustiziere"
del Minotauro, avrebbe abbandonato ("piantato") la sposa Arianna dopo
che costei l'aveva aiutato a condurre in porto l'impresa con il suo
celeberrimo "filo".

Prendere il lato
alla predica
Questo modo di dire - per la verità poco
conosciuto - si tira in ballo quando si vuole mettere bene in evidenza
il fatto che per raggiungere un determinato fine occorrono "astuzia",
"sveltezza", "accortezza" eþ "occhio" per non cadere in fallo.
L'espressione trae origine dall'antica usanza dei fedeli che si recavano
in chiesa ad ascoltare la predica e cercavano di prendere il "lato",
vale a dire il posto migliore per poterla ascoltare meglio. Naturalmente
si faceva molta fatica perþ trovarlo, bisognava, quindi, essere svelti
per non lasciarsi sopraffare dai più zelanti e non correre il rischio di
rimanere in fondo alla Chiesa dove la "vista" e l' "udito" non erano
appagati. Con il trascorrere del tempo la locuzione ha assunto il
significato - più generico - di "usare qualunque accorgimento per
raggiungere, in pace, un determinato scopo".

Prendere una
cantonata
Se chi guida un carro fa una curva troppo
stretta, urta col mozzo della ruota contro l'angolo di una strada e può
accadere un guaio. Perciò, prendere una cantonata in senso
figurato significa commettere un errore, prendere un abbaglio.

Questione di
lana caprina
Le pecore hanno la lana, ma le capre
hanno il pelo o la lana? Può essere una questione importante! Quando si
vuol criticare qualcuno che sottilizza, arzigogola su argomenti
futilissimi, si dice che perde tempo intorno a questioni di lana
caprina


Raccogliere i
broccoli
Questa locuzione pur essendo ­ con molta
probabilità ­ sconosciuta ai più, è messa in pratica da molte persone,
soprattutto nei posti di lavoro. Chi raccoglie i broccoli, dunque,
naturalmente in senso figurato? Colui che si diverte a divulgare
pettegolezzi e maldicenze nei confronti di tutti. L'espressione sembra
faccia riferimento ai discorsi delle massaie le quali, quando vanno a
"raccogliere i broccoli", cioè al mercato, si scambiano notizie e
pettegolezzi su tutto e per tutti. Cari amici, quanti "raccoglitori di
broccoli" vi è capitato d'incontrare durante la vostra vita?


Restare di sale
Nella Bibbia si narra che durante il
fuoco celeste deciso dal Signore per distruggere la città di Sodoma, Dio
ordinò ai fuggiaschi di andare via senza mai volgersi indietro per
nessun motivo a guardare la distruzione. La moglie di Lot (nipote di
Abramo), vinta dalla curiosità, si voltò e fu trasformata in una statua
di sale.

Salamelecco
In arabo, Salam aleik significa
'pace a te' ed è una bella forma di saluto, ma poichè di solito è
accompagnata da gesti pieni d'ossequio, gli Italiani, traducendo con la
parola salamelecco (usata quasi sempre al plurale) hanno aggiunto
ad essa l'idea di inchini, riverenze e smorfie ridicole.

Stare a martello
Vale a dire resistere alla censura.
L'espressione ci sembra non abbisognevole di spiegazioni essendo di
origine intuitiva: colui che riesce a "sfuggire" alla censura vuol dire
che ha degli argomenti che non si "rompono" - ovviamente in senso
metaforico - sotto i colpi del martello. Il modo di dire vale anche
"corrispondere al vero". In questo caso la locuzione fa riferimento al
cimento dell'argento: quando non resiste ai colpi del martello vuol dire
che non è sincero. Di qui, per l'appunto, l'uso figurato
dell'espressione.

Tabula rasa
Si sa che gli antichi scrivevano su
tavolette. Quando poi volevano usar di nuovo la tavoletta, facevano
scomparire lo scritto precedente radendolo. Tabula rasa
significava appunto la tavoletta da cui lo scritto era stato fatto
scomparire.

Voce stentorea
Si dice così per indicare una voce
fortissima, fragorosa, perché Omero racconta di un principe greco,
Stèntore, che aveva una voce così potente come quella di cinquanta
persone riunite.
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perché si dice così?
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